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TRATTAMENTO DELLA IPERTENSIONE INTRACRANICA NEL
TRAUMA CRANICO GRAVE SU BASE FISIOPATOLOGICA
N. STOCCHETTI, M. DE
MARCHI, M. CROCI, S. ROSSI, V. VALERIANI
Terapia Intensiva
Neurochirurgica Servizio Anestesia e Rianimazione
Ospedale Maggiore Policlinico IRCCS Milano Via F. Sforza, 35 20122 Milano Italy
Premesse
La pressione intracranica (ICP) è stata
identificata in larghe serie di pazienti quale predittore indipendente di mortalità e
morbilità (1). La percentuale del tempo durante la quale essa supera 20 mmHg in adulti
traumatizzati è direttamente proporzionale alla gravità degli esiti a 6 mesi (1). Essa
costituisce un fattore di aggravamento anche quando non è direttamente dimostrabile un
suo impatto sulla mortalità, e determina una crescente suscettibilità del sistema
nervoso centrale a danni ischemici sovrapposti (2).
Va considerato, tuttavia, che la ICP costituisce sempre il risultato di cambiamenti
avvenuti a carico dei volumi intracranici e che il controllo della pressione intracranica
può avvenire efficacemente solo se vengono opportunamente ridimensionati i volumi stessi.
Ciò costituisce la premessa razionale ad un approccio terapeutico basato
sullidentificazione delle cause dellipertensione intracranica.
ICP e sue componenti
La pressione intracranica dipende dalle
reciproche relazioni tra componenti fisiologiche, quali il tessuto cerebrale, i vasi ed il
liquor, e componenti patologiche, quali masse in espansione ecc. Esistono meccanismi di
compenso che permettono di dislocare liquor e sangue venoso al di fuori della cavità
cranica per fare spazio a nuove componenti senza determinare reale aumento del volume
complessivo.
Quando tali meccanismi si esauriscono ogni incremento netto di volume comporterà
aumenti di pressione intracranica (3).
La individuazione delle situazioni nelle quali le capacità di compenso sono scarse
o esaurite è determinante ai fini di una buona condotta terapeutica. L' andamento della
ICP segnala solo i gradi più avanzati dello scompenso ed è insufficente per comprenderne
i meccanismi. Disponiamo invece di indicatori più precoci e sensibili quali il Pressure
Volume Index (PVI) (4).
Il Pressure Volume Index esprime la quantità di volume da aggiungere (o sottrarre)
per decuplicare il valore di ICP di base. I suoi valori normali per l'adulto sono di 25,9
+/- 3.7 ml. Ciò equivale a dire che sarebbe necessario aggiungere 25,9 ml di fluido al
sistema intracranico di un paziente per aumentare di 10 volte la sua ICP.
Se concepiamo il sistema intracranico come un contenitore rigido al cui interno
possiamo escludere la espansione in atto di masse, e perciò possiamo studiare il malato
in condizioni basali, la pressione intracranica può essere determinata dalla somma di
componenti liquorali e vascolari (5,6,7).
Come espresso nelle seguenti equazioni i fattori liquorali possono poi essere
espressi dal prodotto della formazione di liquor per la resistenza opposta al
riassorbimento del liquor stesso.
3) ICP = Fattori liquorali + fattori vascolari
4) ICP = (Formazione di liquor x Resistenza al riassorbimento di liquor) +
fattori vascolari
Analisi ripetute di
traumatizzati in coma hanno evidenziato la preponderanza di cause vascolari di
ipertensione intracranica. Esse sono state infatti identificate in circa il 60% dei casi (5,6).
E pertanto utile procedere ad una miglior identificazione dei fattori
vascolari, e a questo scopo è possibile avvalersi di metodi indiretti.
Componenti vascolari
dell ICP
Il flusso ematico cerebrale (CBF) è in genere
finemente controllato da una serie di meccanismi che provvedono a mantenere adeguatamente
proporzionato il rifornimento di substrati al fabbisogno metabolico (8). In tale
situazione la quantità di metaboliti che viene estratta per unità di volume di sangue
dovrebbe essere approssimativamente costante.
Nel momento in cui, invece, la esatta proporzione tra fabbisogno e rifornimento si
altera il tessuto encefalico può adeguare la estrazione di metaboliti dal sangue alle
proprie necessità, variando in tal modo la quantità di metaboliti che vengono assorbiti
o rilasciati per unità di volume di flusso. In condizioni normali, infatti, l'encefalo
estrae circa 1/3 dell'Ossigeno disponibile nel sangue arterioso, e può quindi attingere
ad una certa "riserva" qualora le necessità non siano adeguatamente
soddisfatte.
Si può pertanto utilizzare la differenza artero-giugulare di ossigeno (DAVO2) come
indice dell' estrazione cerebrale di O2. In situazioni di consumo cerebrale costante, ed
in assenza di eventi ischemici irreparabili, la DAVO2 varia inversamente al CBF (9). Qualora la
concentrazione di Emoglobina si abbassi in modo rilevante (come non è infrequente nei
traumi) il valore di DAVO2 può divenire fuorviante, per cui utilizzeremo la Estrazione
Cerebrale di Ossigeno (CEO2).
Essa si calcola sottraendo alla saturazione arteriosa la saturazione di Ossigeno
nell'emoglobina prelevata tramite un catetere posizionato nel bulbo della vena giugulare
interna (10). Con una saturazione arteriosa del 98-99% sono considerati normali
valori di saturazione giugulare compresi tra il 50 ed il 70% di saturazione, mentre
valori inferiori al 50% sono considerati indicativi di ischemia e valori superiori al 70% di iperemia.
Limiti del modello
La scomposizione della ICP nelle sue cause viene
tentata avvalendosi di un modello che, come tutti i modelli, soffre di alcuni limiti
fondamentali. Innanzitutto non mette in appropriato rilievo il contributo del tessuto
cerebrale all aumentato contenuto intracranico.
Questo aumento invece puo essere evidenziato con tecniche di imaging e
puo essere sospettato ogni qualvolta il valore misurato con l equazione 1
superi ingiustificatamente i valori normali. In una nostra serie di traumatizzati la
quantità di liquor formata nell'unità di tempo è risultata oltre il doppo del normale,
suggerendo che altri fluidi, oltre al liquor, vengano riassorbiti.
Il calcolo effettuato, infatti, tiene conto di tutti i liquidi che nell
unità di tempo vengono riaggiunti al sistema intracranico, e non distingue tra formazione
di liquor cefalo-rachidiano e clearance di edema vasogenico. Un ulteriore limite è legato
al fatto che i fattori vascolari vengono computati genericamente, senza distinguere tra
distribuzione venosa o arteriosa.
Inoltre nella nostra misurazione indiretta essi vengono stimati in proporzione al
CBF. Può invece verificarsi una situazione di stasi venosa cerebrale, con parallelo
incremento della quantità totale di sangue ristagnante nello spazio sottodurale, nella
quale il flusso sia non aumentato ma addirittura ridotto.
Applicazione clinica
La scomposizione della pressione intracranica
nelle sue componenti può guidare le scelte terapeutiche, indirizzando interventi mirati
anzichè aspecifici. Nei casi di disturbato circolo liquorale, identificati e
diagnosticati, diviene ragionevole ricorrere alla sottrazione di liquor.
Come già segnalato in letteratura tale evenienza non è molto frequente (6,8); essa è
stata stimata attorno al 25-30% dei casi, ma i nostri dati sottolineano la necessità di
considerare l'andamento temporale di questa variabile e non di etichettare un paziente
quale "vascolare" o "liquorale" sulla base di una singola
determinazione.
Ogni paziente può attraversare fasi differenti durante le prime giornate di
monitoraggio, e richiedere approcci differenziati. I malati nei quali i fattori liquorali
rivestono un ruolo decisivo non sono numerosi, ma essi devono essere identificati perchè
in essi il disporre del catetere ventricolare fornisce non solo un sistema di misurazione
ma anche il trattamento causale.
Il contributo dei fattori vascolari, che si confermano preponderanti nella
patogenesi degli incrementi di ICP nei traumatizzati cranici, richiede di identificare le
situazioni di iperemia, assoluta o relativa, che possono essere corrette aumentando le
resistenze vascolari cerebrali (11).
E' altrettanto necessaria però una pronta individuazione delle situazioni di
ischemia, nelle quali l'attenzione deve invece spostarsi verso l'incremento del flusso
ematico cerebrale. Questa osservazione è molto importante quando si utilizzi la AVDO2
quale guida all'uso della iperventilazione.
Se, infatti, viene identificata una situazione di iperemia quale causa di aumentato
contenuto intracranico, e pertanto di aumento della ICP, il ricorso all'ipocapnia quale
mezzo per aumentare le resistenze vascolari cerebrali risulterebbe razionale.
Ma qualora la stessa bassa differenza artero-giugulare di Ossigeno indicasse non
una situazione di flusso sovrabbondante bensì una situazione di flusso tale da
determinare inadeguato rifornimento di Ossigeno e, pertanto, metabolismo anaerobio,
risulterebbe estremamente inappropriato ricorrere all'iperventilazione e ridurre
ulteriormente il CBF.
In conclusione oggi il nostro trattamento della ipertensione intracranica può
evolvere perchè possiamo identificare alcuni obiettivi e, pertanto, mirare ad essi
utilizzando strumenti selettivi. Resta da dimostrare che questo approccio, indubbiamente
più attraente dal punto di vista fisiopatologico, si traduca in migliorata efficacia
della terapia.
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